METAL VILLAGE 1


ANGEL DUST
“Border of Reality”
Century Media

Da oltre dieci anni gli Angel Dust imperversano nella scena speed metal, Dirk Assmuth e Frank Bank sono ancora insieme per colpirci con Border of Reality. Il boom di questa branca del metal avvenne a metà circa degli anni ottanta, infatti il loro disco di esordio Into the Dark Past (1986) vendette oltre le 20000 copie; subissarono il successo con To dust you will decay (1988) dopidichè numerosi tour a seguire con Blind Guardian, Tankards, Paradox e Sodom. La band si sgretolò negli anni a seguire per riformarsi nel 1997. Border ricorda molto gli Annhilator dei primi album, sound molto epico e plettrate di fuoco. L’opening track è molto orecchiabile, degna di attenzione e mai noisa, come del resto le composizioni dell’album, molto curati anche gli arrangiamenti. No More faith ci riporta al trash più puro come quello proposto dai Defiance e Metallica (dell’inizio), gli assoli nei brani sono spesso in tonalità minore armonica in stile Shouldiner, Nightmare parte con un riff di tastiere, sicuramente poco incisive, visto l’utilizzo di suoni privi di dinamica, ma il ritornello risulta veramente accattivante di quelli da hit di classifica, molto inusuale. Come conferma il genere, non poteva mancare la ballad con tanto di chitarra acustica in Em e faluto sinth per contorno a tema del brano, ovviamente la chitarra elettrica entra alla seconda strofa. Il punto di forza dell’album è sicuramente la mancanza di monotonia, si possono trovare numerosi cambi di stile e bei riffoni da copiare a piacimento, forse in alcuni momenti vi trovano eccessivi spazi gli sconfinamenti nel Hard Rock ma tutto sommato non disturbano più di tanto. Sicuramente il loro miglior album, molto groove!

JURIJ G. RICOTTI


JOY BASU

“JOY BASU” IG-6601
inner groove

Ultimamente il mercato discografico va a picco ok! ma spesso è assassino di se stesso. Se un qualunque personaggio di spicco propone un disco mediocre, dove sta scritto che tutti gli atri debbano fare altrettanto, o addirittura peggio nel cercare di farlo. La sensazione derivata dall’alscolto delle ultime axe-produzioni americane è soltanto quella di noia o paranoia. Un amico diceva “ammazza quanto sei bravo.......e poi....ma....quando ci fai sentire qualcosa?”. Quasi tutti i dischi provenienti dal nuovo continente e non, non sono altro che demo tape in formato CD, guardiamo quanto sono bravi, ma non siamo produttori o case discografiche, vorremmo sentire anche un po di musica, va bene la tecnica, ma gli anni ottanta ce ne hanno regalata fin troppa. E’ sconfortante vedere le nuove leve del chitarrismo d’oltreoceano proporre brani privi di senso melodico, ricchi soltanto di momenti solistici e impressionanti dimistrazioni di tecnica, sweep, legati, ultra picking...... e poi?
Joy Basu è un grande performer, ha suonato con Billy Idol e molti altri, è endorser di molte marche famose di strumenti, ma i temi i momenti di sano divertimento dove sono? Se vi sentite dei masturbatori di tasti e corde potrete in effetti trovare il disco molto interessante. Ma anche il pubblico degli ascoltatori di musica ha diritto di ascoltare qualche cosa di decente ogni tanto. Vi prego dateci un tema. Il disco è pregno di sonorità industrial oltre che rock, non si nota però alcun cambio stilistico da un brano all’altro, potremmo asserire che il background sarebbe più adatto ad un gruppo che ad un disco strumentale per chitarra, ma i gusti sono gusti!


PULKAS “Greed”
Earache Mosh 190 IRS 996.190

Molto impatto, molta energia e pezza tanta pezza nei riff di questa band americana, i Pulkas sono qualcosa di veramente selvaggio, influenze industrial, basso distorto e chitarra che stacca i coni dalla cassa dell’ampli. L’ottima registrazione regala anche lo spostamento d’aria che lo loro musica provoca. Ricordante molto lo stile dei Canadesi Circle of Dust il loro disco si posiziona più vicino ai Machine Head, anche se Rubber Room ricorda a tratti gli amatissimi Skunk, Drown risulta molto tribale ed insieme a Eh? rchiamano i Sepultura, mentre Flash e This is It molto Anthraxiane ci catapultano nel pogo. Anche qui molto groove e begli arrangiamenti energici. Betrayal invece ricorda una certa venatura trash, anche se la voce di Luke Lloyd trascina bene su tutti i brani, sempre a proprio agio anche nei momenti più death. Un vero gruppo aggressivo, c’è un po di tutto, molta energia violenza e groove. Da non perdere!

JURIJ G RICOTTI

STRATOVARIUS
“Visions of Europe Live”
T&T TT0038-2

Gli Stratovarius sono sempre stati uno di quei gruppi dallo stile estremamente Neoclassico, gli esordi della band erano a braccetto con lo stile di Malmsteen, soltanto in seguito si sono aggiunte componenti speed e dark alle loro coposizioni. Timo Tolkki oltre ad aver agguantato la palma di clone malmsteeniano guida la band ormai da svariati anni, sin dall’eccellente Twilight time uscito insieme agli Elegy, proseliti dello stesso genere. Un’ospite d’eccezione Jens Johansson alle tastiere sicuramente degno di nota, il miglior tastierista che potessero acquistare. Jörg Michael alla batteria è un vero treno, non smette mai, potenza illimitata, ottima pezza e tiro, in alcuni momenti però forse tira troppo avanti. Timo Kotipelto alla voce ricorda straordinariamente gli Halloween ed i Queensriche, e tiene per tutta la durata del concerto. Forever Free apre il Live dopo un intro di tastiere, a seguire Kii of Judas in terzine tipo Maiden ad introdurre gli assoli di Jens e Timo. Father time è velocissima, la doppia cassa di Jörg è impressionante, da tempo non si sentiva tanta grinta. Season Of Change ed è subito ballad, dopo un intro di chitarra classica ecco il ruggito della Ibanez di Timo ed il solo sinth di Jens sempre estremamente pulito. Il disco è registrato veramente bene, si sente tutto in maniera impeccabile ed il gruppo suona bene. L’album doppio CD è stato registrato durante il tour del 1997 dopo la straordinaria affluenza di pubblico degli show di Milano e Atene, da ricordare inoltre che esce doppio ma costa come fosse uno soltanto, per gli amanti della band sarà sicuramente un must.

JURIJ G. RICOTTI

VIRGIN STEEL “Invictus”
TT0034-2

Settimo album per i Virgin Steel, capostipiti del Power Metal epico, oddio non che sentissimo la loro mancanza, ma Invictus si presenta bene, 16 song epiche di quelle che una volta comprato il cd bisogna sedersi in moto, cercare un bel tratto dritto, molto dritto tipo Coast to Coast e arrivare a 180 KmH. I suoni sono molto compatti, la voce graffiante ed i Marshall a manetta, non mancano le tastiere e la voce graffiante di David Defeis che si occupa di mantenere cupa e tetra la visione della sua musica. Edward Pursino alle chitarre e Frank Gilchriest alla batteria tengono un ottimo timing e danno quella robustezza ai riff che ci si aspetta da un bel power. Il disco viaggia bene, dopo un intro in stile Obituary con voce tetra e delay sulle parole più crude si passa all’opening track. Le chitarre in questo pezzo hanno un suono molto processato e compresso stile Nocturnus. I momenti più epici e solenni si hanno con God of Our Sorrows, piano e voce struggente ed in Veni, Vidi, Vici con tanto di cori, che durante i suoi 10 min ripercorre tutto lo stile del power più puro degli anni ottanta. Viene anche ripreso il tenma di Merriage of heaven and Hell doppio album precedente. Niente di troppo esaltante, solo per gli amanti del genere.

JURIJ G RICOTTI

Virtual Dream
“Sintesi”
GMP 004

I Vitual Dream sono una band Italiana e questo va detto, nascono nel 1993 dalla collaborazione del chitarrista Fabio Cerrone ed il batterista Francesco Fracassi entrambi fortemente influenzati dalla scena jazz rock del periodo e dalla vena improvvisativa dei grandi Coltrane, Davis ed in maniera preponderante Holdsworth. Viene poi l’aggiunta del bassista Andrea Galluzzi. Suonano come spalla ai leggendari Brand X di Goodsaal. L’album nasce da una registrazione live in un teatro, durata tre giorni, sufficienti a creare un ottimo prodotto. Le sonorità sono fin troppo vicine a quelle Holdswortiane, ma ben venga, la presenza di temi lirici denota una profonda conoscenza dell’armonia e del gusto compositivi del terzetto romano. Forse troppi i momenti di enfasi tecnica, ma lo spazio lasciato all’improvvisazione della band è sufficiente a coprire questo diverbio. Tramite apre il cd con spiccato senzo emotivo verso l’enarmonia nonostante il tema introdduttivo sia molto melodico, a seguire Androginus molto curata sotto il profilo del groove basso-batteria, mentre la chitarra tesse tappeti sinth fino a raggiungere uno swing funky molto accativante. Sintesi racchiude in se molto di funk rock lasciando sempre molto spazio all’improvvisazione del basso. Molto groove anche nel riff di Red che conferma la venatura funky rock della band anche quando si cimenta nella riproposizione della cover Drive my Car dei Beatles. Slap ricorda moltissimo lo stile dei Canadesi Gamalon, fuori dalla scena dall’inizio degli anni novanta, mentre Hinsanwinla rammenta forse i fasti degli UZEB di Caron ormai scomparsi con le sue atmosfere molto morbide, in crescendo ritmico verso la fine. La finale Hop Frog è un pezzo estremamente swing e triste al punto giusto, per tutta la durata dei suoi 10 min non lascia mai al caso, le parti improvvisate del brano suonano veramente bene. Un plauso a tutto il gruppo per l’ottimo lavoro svolto, non mancate di vederli dal vivo.

JURIJ G RICOTTI


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